GIOVANNI LANTERI, ULTIMO PASTORE BRIGASCO PER CUI IL TEMPO SEMBRA ESSERSI FERMATO

JUANÌN VIVE ESATTAMENTE COME I SUOI ANTENATI, RESISTENDO AD OGNI TENTATIVO DI MODERNIZZAZIONE

Di Giulia Chiuso

DREGO. Giovanni Lanteri, per tutti “Juanìn”, classe 1935, é uno degli ultimi veri brigaschi: la sua famiglia, infatti, é originaria di Briga Marittima, terra brigasca, grande borgo a cavallo tra le Alpi francesi e liguri, oggi terra francese ma fino al 1947 provincia italiana. Juanìn é l’ultimo pastore di un’antica famiglia dedita alla pastorizia, fin dal Medioevo: Lanteri é un cognome molto diffuso nell’Alta Valle Argentina e la sua famiglia da lì non si é mai mossa. Nemmeno quando la montagna ha iniziato a spopolarsi, i pastori a scomparire e Juanìn a rimanere sempre più solo.

La mia memoria arriva fino all’età napoleonica, grazie ai racconti dei miei genitori e dei miei nonni, che sempre mi raccontavano di quanto i loro antenati vivessero bene e in pace: fino alla fine dell’Ottocento le montagne erano vive e le regole della natura rispettate, secondo un ordine non scritto ma sacro; le famiglie più ricche davano da lavorare nei propri campi a chi ne aveva bisogno, alla giornata“. I suoi occhi azzurrissimi scrutano i pascoli intorno a lui, diventano lucidi e riflettono il cielo, inondato di luce estiva. “La mia famiglia ha iniziato circa 400 anni fa a costruire la casa in cui vivo a Grattino da quando sono nato: Briga ormai era scomoda per i lenti spostamenti a piedi e dai pascoli di Drego, tra Andagna e Grattino, portavano una pietra per volta nei Valloni di Grattino; hanno completato la casa i miei genitori e lì, dove ora vivo solo, eravamo in oltre dieci“.

Juanìn parla perfettamente l’italiano e usa il dialetto solo quando ricorda qualcosa di troppo doloroso e denso di ricordi, e allora occorre usare la lingua del cuore per esprimerlo. Ti guarda dritto negli occhi quando parla e ti ascolta pazientemente quando non é lui ad essere interpellato: nel suo sguardo s’indovina una lunga esistenza fatta di fatica, tanti chilometri macinati a piedi, solitudine e un arcano amore per le sue montagne, che ha imparato ad amare senza riserve, ma senza alcun attacco emotivo a cose, persone e animali. Perché lui sa che il ciclo della vita si compie per tutti gli esseri viventi e la spietata legge della natura, secondo cui unicamente vive, non lascia spazio ai sentimentalismi. Forse per questo non si é mai sposato e non ha avuto figli.

Ma come ha trascorso la sua vita? Giovanni ama parlare: soprattutto dopo non aver visto anima viva, durante gli oltre due mesi di lockdown, mentre si è tenuto aggiornato attraverso la radio. “Da bambino mi svegliavo alle 3.30 del mattino: mi caricavo il formaggio preparato la sera prima dai miei genitori e andavo al mercato di Imperia a venderlo, partendo da Grattino e attraversando le montagne a piedi. Avevamo tante pecore. Poi ho vissuto sulla mia pelle il passaggio da un’epoca ad un’altra, completamente diversa: dai muli si é passati alle auto, dai lunghi sentieri da percorrere a piedi alle strade asfaltate, dalla possibilità di vivere secondo natura alle soffocanti restrizioni“. Poi prosegue: “Sono ormai anziano, ho 85 anni: ho difficoltà a tenere le pecore, seppur in numero molto inferiore rispetto al passato, ma questa é da sempre la mia vita“.

Questo mondo moderno va troppo veloce per chi pratica la pastorizia e vive nello stesso, antico, modo da secoli. E così, quelle attività agro-pastorali che suscitano oggi tanto interesse, in realtà non trovano più spazio per essere praticate come una volta.

Juanìn, solo nella sua grande casa di pietra a Grattino — di cui sfrutta un’unica stanza, in cui mangia e dorme — un tempo piena di vita e di persone, non chiede nulla, anche se avrebbe diritto a tanto, dato il grande patrimonio storico-antropologico di cui é custode, che grava sulle sue spalle senza eco. Per tutta l’estate vive in una baracca di lamiera, che gode di un piccolo pannello solare per alimentare la cucina e la luce, circondato da casoni di pietra costruiti dai suoi antenati — mentre parla, mi mostra il piú recente, che sulla porta di ingresso ha chiaramente inciso “1922”, data di completamento della struttura ad opera di suo padre, all’epoca diciannovenne —. “Quando ero bambino ricordo questo stesso paesaggio, ma completamente pulito grazie al lavoro con la falce”. E sorride: ancora non esistevano i comodi decespugliatori e l’erba si tagliava a mano.


Mentre chiacchieriamo mi offre il caffè: arricchito da tre cucchiai di zucchero, un dito di grappa e dal latte di capra appena munto, fatto precedentemente bollire per sterilizzarlo. Gli mostro sul cellulare un documentario del 2004 in cui compare sui pascoli di Cima Marta, interrogato insieme ad altri pastori sulle grandi difficoltà in cui versava la pastorizia già allora. Senza bisogno di occhiali da vista, si riconosce subito e i suoi occhi azzurri si riempiono di ricordi.

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